CACCIATORI DI IMMAGINI – zero
Il cacciatore di immagini è un libro di magiche alchimie, di combinazioni, di affinità elettive; è un sogno ad occhi aperti del poeta di origine serba Charles Simic sulla vita e l’opera dell’artista statunitense Joseph Cornell, autentico cacciatore, inseguitore di immagini. Questo spazio, Cacciatori di immagini (che raccoglierà testi originali di scrittori, filosofi, artisti, oltre a pagine estratte da autori più o meno noti), è un omaggio al libro di Simic, allo spirito, al clima, alle necessità che lo animano.
Che cosa significa andare a caccia di immagini, oggi? Perché, in un mondo assediato da immagini e informazioni, si sente la necessità di cercarne altre? Proprio per questo, per sfuggire all'assedio. Andare in cerca di qualcosa significa non subirla dall'esterno.
A caccia di immagini, quindi. A caccia di un’immagine. Un'immagine può essere qualsiasi cosa, un'opera d'arte come uno scorcio che s'incontra per strada, magari un oggetto che appare sfocato e avvicinandosi si rivela essere altro, restando poi impresso sulla retina. Un’immagine può non essere esclusivamente visiva, ma anche sonora: un rumore, una musica. L’importante, in questo contesto, è che l’immagine sia una, una soltanto, una per volta.
In un maelström di merci che vanno e vengono indiscriminatamente senza lasciare alcuna traccia, un’immagine è sufficiente, è quasi troppo: anche solo un particolare, a volte, può bastare. Però bisogna sceglierlo, bisogna reimparare a scegliere; anzi, a farsi scegliere: dev’essere l’immagine a sceglierci, a scovarci da qualche parte.
Partiamo da Zero.
Meglio tacere, oggi, come fa Marina Abramovic, che, al MoMA, con un gesto carico non solo di senso ma addirittura di buon senso, se ne sta per sette ore al giorno in silenzio a guardare gli spettatori dritti negli occhi. Che altro fare? Meglio tacere, e ripartire da capo. Da Zero, come il titolo del lavoro di Benjamin Valenza, artista francese (è nato a Marsiglia nel 1980) che abbiamo avuto occasione di vedere lo scorso anno a Milano, da Fluxia. La nostra prima immagine. L’immagine zero. Una semplice parola, un succedersi di lettere abbozzate, incise su un frammento di rotaia arrugginito. Ho provato uno strano sollievo imbattendomi per caso in questo zero corroso, quasi rosicchiato, sfocato, per com’è inscritto nel ferro. Un’insegna spaesante, lasciata brutalmente a terra, a indicare nulla, nessun sovrasenso, se non uno slittamento spazio-temporale.
Non aspettatevi di vederla, l’immagine; non qui, non ora, in una riproduzione. Se volete, andate a cercarla – a cacciarla, per restare in tema. In letteratura, la visione ha dinamiche diverse rispetto all'arte visiva: l'immagine s'immagina (e non è casuale la somiglianza, la concidenza, fra i termini), non si vede – non con gli occhi. Si dice che Kafka, in occasione dell'uscita della Metamorfosi (una delle pochissime opere pubblicate in vita), fosse terrorizzato all'idea che l'editore avesse affidato la copertina a un illustratore, con lo scopo di disegnare lo strano insetto descritto. Kafka andò dall'editore in preda al panico e lo scongiurò di non mettere quell'immagine, che a suo parere avrebbe rovinato tutto. Perché in letteratura è così, l'immagine dev'essere presente solo nella testa del lettore, e in ogni lettore un'immagine diversa. Che è poi la magia della letteratura. «A voice comes to one in the dark. Imagine», l’incipit di Company, di Beckett, lo ribadisce con chiarezza.
Ma lasciamo in pace per il momento i mostri sacri della letteratura (che per fortuna ancora riecheggiano fra le orecchie), e torniamo a Valenza, al suo binario zero, muto e abbandonato, e che ha abbandonato ogni sua funzione originaria, da cui siamo partiti (e da cui è partito pure il cinema, con i Lumière. Penso a L'arrivée d'un train en gare de la Ciotat. Ma questo è un altro inizio, muto e abbandonato anch’esso, e così indissolubilmente legato a quello dell’immagine nel mondo contemporaneo).
Zero. Zero è anche un numero: 0 – il più perfetto, il più assoluto. E un concetto: il nulla, così abusato, e per questo motivo al tempo stesso così affascinante e pericoloso. Lo zero è stato introdotto, o per meglio dire inventato, dagli antichi indiani (senza non avrebbero potuto adoperare nei calcoli il sistema decimale), e in un primo momento difficilmente accettato dalla cultura occidentale, per la quale dare un numero, quantificare l'assenza di quantità, il vuoto, significava ammettere l'esistenza di un concetto che contrastava coi propri principi. Ma nel nostro caso zero è solo una parola ormai logora, appassita, in una lingua diversa (che sia inglese o francese, poco importa), per l’occasione identica all’italiano. E ancora, il grado zero – mi viene in mente Barthes, soltanto ora. Il grado zero della scrittura, di cui Valenza ha fatto questione centrale della sua poetica. Dev’essere a causa di questi rimandi, che ne sono rimasto colpito. Ogni cosa ormai è astratta e rimanda inevitabilmente ad altro. Questo il fascino della contemporaneità.
Ma ciò che conta, ciò che è in gioco realmente nella contemporaneità, è trovare qualcosa che ancora ci tocchi, che abbia la forza di colpirci in mezzo al caos di immagini tutte diverse e tutte uguali che quotidianamente intasano i canali mediatici e non, assediandoci. Qualcosa che ci scelga, tornando al discorso inziale. Ricominciare da zero significa capire almeno questo.
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Giuseppe Signorin
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