RUNNING

Non piove più, ma c’è la nebbia. L’umidità mi entra nella pelle; tornerò con il berretto fradicio o forse, meglio, «pregno di rugiada». Per associazione mi viene in mente il deserto, dove magari non piove ma la rugiada c’è eccome! e chi ci pensa mai alla rugiada del deserto? Non c’è una grande visibilità, ma – come dire? – vedo meglio. Quel che vedo, intendo, lo vedo meglio. Sarà perché guardo con più attenzione o perché non c’è nient’altro che si offra alla vista e allora mi soffermo di più su quanto mi capita sotto gli occhi. Non so, alcuni particolari sono più nitidi, altre cose – anche non piccole – le vedo per la prima volta. Nessuno ha mai ancora segnato i confini del vedere, né tanto meno quelli della cecità – non sono neanche tanto sicuro che tali confini siano gli stessi. Poi all’improvviso dapprima un’ombra, poi una massa oscura. Mi giro, metto meglio a fuoco: è un gatto né cucciolo né adulto, un gatto nero con il petto bianco, un gatto fermo nel particolare balzo dei gatti con la schiena leggermente arcuata, un bel gatto, irrigidito dal gelo, morto. Qualcuno l’avrà investito e poi lo stesso qualcuno o chissà chi altro l’avrà preso e buttato nel prato – così mi sorprendo a pensare. Macchia scura, dura senza remissione, un pugno allo stomaco del verde dell’erba. Non è un gatto morto, è il cadavere di un gatto. Un cadavere? Un momento prima, un portento di agilità e grazia; un momento dopo, un ingombro di cui sbarazzarsi. Un veicolo nella notte, probabilmente. Fretta, noncuranza, oppure – come si dice in questi casi – fatalità. Ma dove vanno i cadaveri degli altri animali morti? gli animali morti di morte naturale, intendo. Perché non si vedono mai, o quasi mai, i corpi delle bestie che hanno semplicemente cessato di vivere? Far sparire le tracce, non lasciare a chi resta il peso insopportabile e imbarazzante del cadavere. Sublime saggezza dell’istinto. Ma questo gatto è lì, l’hanno ucciso e abbandonato, forse hanno cercato di nasconderlo alla buona, o almeno di toglierlo dalla vista, levarlo dalla strada, farlo sparire in qualche modo, si sa che potrebbe essere pericoloso lasciarlo lì, e poi vedere un gatto morto... Prendere il gatto e gettarlo nel prato a non più di un metro dalla strada, in una depressione – vicino l’acqua di un ruscello scorre con un lieve fragore. Si sarà guardato in giro: forse avrà un padrone, ma chi bada più di tanto a un gatto? eppure era un gatto giovane, ma ce ne sono così tanti! fa freddo, rientriamo, lasciamolo lì, non ci si può far niente... Finisce che lo porto nella mente, quel gatto. Liberarsi del cadavere – tutte le civiltà sono nate intorno al peso di questo fardello. Ma per gli animali è diverso. Diverso? Diverso, diverso – credi a me. Ma quel corpo freddo... Immagino il sole sopra la nebbia. Tutto intanto ha assunto un chiarore innaturale. Quante volte ho visto in montagna il mare di nubi sotto di me, e il sole lassù? ora nuoto in quel mare. In un tratto di strada isolato che attraversa un bosco faccio un incontro inaspettato e piuttosto pericoloso: un cane nero e grosso, ringhiante, con un collare ma senza catena. Per un attimo considera la situazione, sembra preso anch’egli in contropiede, poi comincia a inseguirmi, abbaia, ringhia. Sono inquieto. Ricordo d’aver sentito che non si deve mostrare ai cani di temerli. Sembra facile, ma non lo è (ma che cos’è mai facile a questo mondo?). Così vado avanti, che altro posso fare? Continuo a correre, soltanto allora il gatto fugge dalla mia mente (non è forse vero che un gatto se la dà a gambe sempre davanti a un cane?). Il cane m’insegue, mi supera, entra appena di qualche metro nel bosco e fuoriesce subito. Ricomincia ad abbaiare, mi aspetta feroce. Quando mi avvicino, fa uno scarto, sempre ringhiando mostrando denti forti, minacciosi, e si rimette a correre avanti a me. Tutto questo per un centinaio di metri, poi ad un tratto – come se avesse raggiunto un limite invalicabile, come se il suo mondo finisse esattamente in quel punto – il cane si ferma, mentre io proseguo. Faccio alcuni metri e mi volto. L’animale è fermo in una posa plastica, e mi guarda. Ci osserviamo per qualche istante – chi ha vinto? chi ha perso? riprendo la mia corsa. Più tardi nel cielo nuvoloso una fessura di azzurro, un miraggio. Non intenso, quasi invisibile anzi – si direbbe color pastello. Un golfo, un lago, un piccolo mare interno. Buono per un’altra geografia. La forza sta nel non incidere, ma semplicemente passare, trascorrere.

Alfonso Cariolato - 9.12.2010