Selbstporträt ohne Spiegel di Friedrich Dürrenmatt
L'immagine emerge dall'intricarsi dei segni. Lo sfondo è a malapena distinguibile dalla giacca, da quello che Dürrenmatt indossa nell'autoritratto. È tutto un groviglio di segni: segni accanto a segni, fra i segni, sui segni, nei segni, segni di diverse intensità, con diverse direzioni. Più che i contorni, sono le variazioni di densità, e soprattutto gli spazi bianchi, i vuoti, a dare forma alla figura. La pelle del volto è il bianco, o il quasi bianco, del foglio, della carta, lasciata scoperta, nuda, in quei punti. Dürrenmatt sembra disegnare cancellando. Certo, è solo una suggestione, perché i contorni sono tracciati, un disegno in realtà c'è. Eppure l'immagine è come se affiorasse, se emergesse da una matassa di segni, di scarabocchi, simili a quelli che si fanno ai margini dei quaderni per distendere i nervi e far passare il tempo. Un vero e proprio caos di segni, realizzati con una semplicissima penna biro, su un foglio di carta – il materiale più ovvio per uno scrittore. Già, perché Friedrich Dürrenmatt è innanzitutto uno scrittore. “È vero che poi per mesi e mesi non dipingo, per anni a volte, mentre invece, da che sono scrittore, ho sempre scritto, ma quando dipingo e disegno ritorno sempre alla mia infanzia, il solo ritorno possibile – quello dell'energia creativa del bambino” (dal catalogo Friedrich Dürrenmatt. Dipinti e disegni). Dürrenmatt si considera un dilettante, sostiene di non avere tecnica, perlomeno non tale da definirsi pittore o disegnatore. Ma questi sono problemi che non c'interessano. Se non ha tecnica, ha comunque pratica, dimestichezza, nonostante si stia parlando di un'attività complementare alla sua opera di scrittore. La tecnica può essere anche quella di un bambino, ma la testa pensante, e non solo la testa, rimane quella di Dürrenmatt. Saranno sì disegni di un bambino, ma un bambino con una complessità, una profondità e una forza devastanti.
L'Autoritratto di Dürrenmatt non è lo specchio di qualcosa. È quel qualcosa – un carattere, uno stato d'animo. In ogni caso, non ne è lo specchio. Non c'è volontà di rispecchiare alcunché. Dürrenmatt va più a fondo, ci va direttamente. I tratti di penna incidono il foglio imprimendo quello che Dürrenmatt è. In questo senso siamo di fronte a un autoritratto senza specchio. La figura non è lo specchio dell'autore. È l'autore, Dürrenmatt stesso. Ma non si tratta di un “io”. Si tratta piuttosto di un “tu”, o di un “egli”. E in effetti da uno scrittore come Dürrenmatt non ci si poteva che aspettare questo: un personaggio, con il suo stesso nome e le sue stesse sembianze fisiche. Un personaggio uscito dall'inchiostro della sua penna, sulla carta. Non attraverso le parole, ma con una forza e un'efficacia uguali.
Cosa sta guardando il soggetto raffigurato? Dove sta guardando? Perché quell'espressione? Non guarda noi, guarda di lato, alla nostra sinistra. Ci troviamo di fronte a una possibile scena, a un personaggio inserito in una possibile scena.
Viene in mente uno dei suoi racconti più belli, Il minotauro, in cui l'essere mitologico si ritrova in un labirinto di specchi, senza sapere chi sia, dove sia, con chi sia. Ma qui non c'è nessuno specchio e il labirinto è l'intricarsi, l'aggrovigliarsi stesso dei segni che compongono la figura. L'uomo è un labirinto in un labirinto. Ciò che sembra interessare Dürrenmatt è la consapevolezza della propria condizione, non la ricerca di una via d'uscita, comunque impossibile. Si può vivere anche sapendo di non avere senso. Si può vivere accettando la condizione umana, la sua assurdità. Non c'è via d'uscita, non fosse altro perché si deve morire. E la consapevolezza non si raggiunge copiando la propria immagine da uno specchio. La consapevolezza si può provare a raggiungere osservandosi attentamente, osservando quello di cui siamo fatti. In questo caso sono i segni, i tratti di penna, a dire, più dell'immagine. È lì che si gioca il disegno, nella tensione di quell'addossarsi di segni.
Il disegno funziona come un sismografo, un sismografo che non può che registrare qualcosa di indecifrabile, di enigmatico, ma che riguarda direttamente Dürrenmatt. Il groviglio da cui viene fuori l'immagine testimonia un tentativo comunque impossibile di ritrarsi. Forse più di toccarsi che di ritrarsi. Il disegno ha un suo ritmo, un ritmo nervoso, violento, anche, dato dalla frequenza e dall'intensità dei tratti sul foglio.
A guardare bene, s'intravedono, in basso, fra i segni, anche le iniziali, F. D., e la data, 1-11-'78. L'autore è nascosto lì dentro. Viene fuori e si nasconde.
Un ultimo appunto sullo humour. Come nei romanzi, nei racconti, nelle opere teatrali, c'è dello humour anche in questo disegno, in questo autoritratto. Uno humour non immediato, uno humour difficile, grottesco, duro, sgradevole persino, tipico di Dürrenmatt. Vedersi così, come questo vecchio dall'espressione enigmatica, un po' corrucciata, forse anche schifata, comunque non del tutto chiara, con questi capelli che sembrano schizzi d'acqua e un paio di occhiali enormi che gli scendono sul naso, non può che essere un vedersi carico di affetto tanto quanto di humour. Potrebbe essere un personaggio di un suo libro, uno di quei vecchi (“l'essere umano nella nostra epoca ha assunto il ruolo della buona vecchia comare secca”, dalle conversazioni raccolte in Oltre i limiti) di cui si è preso così spesso gioco – o è meglio dire con cui ha giocato, perché il prendersi gioco, il deridere, può implicare un giudizio morale, assente in Dürrenmatt, mentre il giocare riguarda la sua libertà artistica di disporre del mondo secondo la sua necessità –, fino a quando lui stesso è diventato uno di quei vecchi, come il Grande Vecchio, il Dio senza barba della sua ultima opera, La valle del caos: “Non odio nessuno dei miei personaggi, e mi capita semmai di ridere di loro. Insomma, io stesso sono il Grande Vecchio, che finisce per scoppiare in una orribile risata” (sempre in Oltre i limiti).
