Venezia by night (tre cartoline per Renato)
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E' bello camminare per Venezia, di notte, c'è tanto silenzio. A una certa ora in giro non c'è anima viva. Per questo motivo alle volte ho un po' paura, non si sa mai chi può sbucare dai vicoli. Se incroci un drogato che ti vuole aggredire, che fai? Che fai se in una calle buia trovi un pazzo che ti vuole fare la festa?
La settimana scorsa ho comprato un coltello a scatto, tipo quelli delle gang di Los Angeles. Ora lo porto sempre con me di notte, così se becco un rompipalle lo sventro come un maiale e gli cavo gli occhi, con il mio coltello a scatto. E se quello spunta all'improvviso non fa nemmeno in tempo ad afferrarmi che in due secondi lo infilo e lo sbudello.
Con il coltello a scatto in tasca, Venezia mi sembra ancora più bella, di notte, e io da una settimana mi sento l'uomo più sereno del mondo quando passeggio da solo, senza una meta.
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Ogni notte uscivo di casa per fare lunghe passeggiate, era una specie di esercizio meditativo. Me ne stavo completamente solo con i miei pensieri ed ero circondato dalla bellezza vera, quella che non si può descrivere. Camminavo tanto e pensavo tanto e qualche volta mi commuovevo, mi lasciavo andare perché sapevo che nessuno mi avrebbe visto o sentito.
Non so dire come avvenne ma una notte mi resi conto che l'unico suono che violava il silenzio della città era il Tac-Tac provocato dai miei passi. Da quel momento ascoltarmi camminare nella notte divenne un'ossessione, come se finalmente avessi scovato una prova tangibile della mia esistenza su questo pianeta. Trasportato da un entusiasmo senza precedenti mi convinsi nel giro di poche settimane di essere quel suono e nient'altro.
Un suono può propagarsi per chilometri, può rimbalzare per ore e può perfino levarsi in cielo ma, purtroppo, non ha gambe, non ha piedi e non ha scarpe, insomma non può camminare. Niente più Tac-Tac. Così scomparvi per sempre.
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La gente è strana. Mercoledì notte verso le 4 stavo gironzolando tranquillo per Calle della Misericordia quando da un vicolo sbucano due tizie ubriache e chiassose. Come sempre in certe occasioni mi appiattisco contro il muro e mi immobilizzo, con la speranza di essere lasciato in pace. Ma appena quelle mi vedono scoppia il delirio. Una inizia a gridare come una mentecatta mentre l'altra fa un balzo all'indietro, inciampa e cade picchiando la testa per terra. L'urlatrice vede il sangue schizzare dal cranio dell'amica tramortita e di gran carriera imbocca una calle, sparendo alla velocità della luce. E' di nuovo silenzio. Un po' scosso, mi avvicino a quell'imponente pezzo di carne riverso a terra esanime. Prima gli do una bella annusata, poi inzuppo la lingua nella pozza di sbobba rossa che gli sgorga dalla nuca, per sentire com'è. Calda e acidissima, uno schifo. Così mi dirigo a balzi verso il cesto della pattumiera più vicino. Tra un po' sarà chiaro – ho pensato – meglio prelevare il solito menù e filare alla svelta.
Ogni notte è un'odissea, se solo non avessi 16 mocciosi da sfamare qualche volta me ne starei a casa a fottere.
