This is what 80’s look like
Sabrina Salerno – la sua icona, cioè – che tuttodì sorride ammicante e sensualissima ripete, a mo’ di Leitmotiv, «ottanta voglia di te!» l’abbiamo osservata guardata bramata un po’ tutti noi che una quota di tempo oscenamente cospicua, la scorsa estate, l’abbiamo spesa in prossimità di uno schermo televisivo nei suoi giovedì griffati ItaliaUno promanante suoni, immagini e altri splendidi relitti mediali provenienti dagli italici anni ottanta. Vergognarsene – dico di assistere a questo coloratissimo megabazar (multi)mediale – è, beninteso, impossibile, anche perché a ben vedere nel corso dell’ultimo anno perlomeno è capitato spesso di imbattersi in una vasta serie di immagini&musiche che proprio lì, at the center of an emptiness come nella più classica tra le fiction delilliane, cioè nel ventre di balena degli eighties più frivoli e superficiali, incessantemente hanno inteso precipitarci.
Un esempio? Tutto ciò, poniamo, che ruota attorno a James Ferraro, alias ½ dei gloriosi (ora defunti) Skaters nonché titolare di un’altra dozzina abbondante di verofinti progetti solisti (cfr. la mole, francamente ininventariabile, di cd-r e new age tapes rilasciati nel corso dell’ultimo lustro). Estraendo un sample qualsiasi dalla sua disastrata disco-videografia, per esempio la lunga suite che apre il concept Last American Hero, potremmo in effetti ritrovarci catapultati in un universo nostalgicamente kitsch dove immagini in slow motion rubate a serial à la Beverly Hills 90210 si squagliano assieme a frammenti di psichedelia VHS-era e a screenshot plausibilmente estratti, come nel memorabile incipit di Neuromancer, da una televisione «sintonizzata su un canale morto». Certo, oltre a linkare tra loro le sensuali movenze della celebre performer di Boys e le elucubrazioni di una galassia weird con ogni evidenza distantissima dal patrio trash, a me pare che gli umori twinpeaksiani emanati della suite in questione dicano di un malsano lavoro sulla memoria, o magari di un paradossale tentativo di ritornare al futuro: vedi certe oleografiche variazioni new age che sembrano prendere alla lettera certe lucidissime visioni inscritte nei global novels di Michel Houellebecq – insomma, e a riprova, si rileggano le struggenti pagine finali de Le particelle elementari.
Tutto ciò – questa amorfa congerie videosonora, dico – un nome, ovviamente, ce l’ha: a taggare il Nostro, ma per esempio anche Ariel Pink, altro talentuosissimo freak d’oltreoceano (cfr. il gayo spleen da cameretta del videoclip di Gray Sunset), ha provveduto il volcanico David Keenan, coniando e immettendo nell’infomondo della blogosfera la fortunatissima formula dell’hypnagogic pop. Sarebbe a dire? A detta di chi per primo, in questo blob opalofluorescente e vagamente tossico come il Gak con cui giocavamo in tempi non sospetti, ha immerso suoni e immagini, ovvero lo stesso James Ferraro, il pop ipnagogico altro non sarebbe che una forma di ricodifica sonora di quei momenti in cui da bambini, appena prima di addormentarsi, l’eco smorzata di un televisore sintonizzato su MTV penetra nel nostro prepuberale subconscio dando forma a immagini sfocate, gradevoli e oppiacee ma puntualmente evanescenti come da prammatica surreal-onirica.
Ma al di là di improbabili definizioni, di successivi pitchforkiani coni ad hoc, dal glo-fi alla chill-wave alla neu-kosmische emeraldsiana, ma anche delle lunghe e incongrue liste di nomi da iscrivere all’affollatissima anagrafe de-genere o di qualche tentativo naïf di nobilitare cotanta weirdness, vedi la ripresa del Derrida hauntologico di Spettri di Marx, ciò che simili splendidi disastri ipnagogici sembrano infine suggerire ai cinicissimi cuori di noi fruitori post-tutto è che, gioco forza, da immagini e suoni siffatti verremo periodicamente, e nostro malgrado immancabilmente, hanté. Come in fin dei conti, riportando tutto a casa, insegnano anche – così pare – certi inesperti (di musica soprattutto, a me sembra) scrittori italiani contemporanei. Infestate da spot elettorali di reaganiana memoria come nell’ultimo Nicola Lagioia, dove There’s a bear in the woods, o da una lunga schiera di ubiqui déjà-vu mediali, cfr. la genniana «piccola mummia di fango fresco oleoso» di Alfredino Rampi o il revenant ologrammatico di Aldo Moro, queste pagine impregnate di pura Sensucht chernobylcraxiana ci raccontano che insomma, anche senza spingerci tra le onnipresenti palme della California glow, la storia qui brutalmente condensata potremmo forse concluderla tornando a giocare in casa. In che modo? Per esempio cliccando sull’ennesimo video casualmente rinvenuto in qualche recondito buco nero del web e fermandoci per un istante a contemplare un’immagine, puro lo-fi for the eyes, dall’appeal irresistibile: la Nostra Sabrina nazionale che vent’anni dopo il Superclassifica Show appone le mani sui suoi gloriosi seni, fasciati da una maglietta così ipnagogicamente epigrafata: THIS IS WHAT 80’S LOOK LIKE.
