La grazia innaturale di Garrincha

Garrincha potrebbe essere un personaggio di un fumetto, non solo una delle più grandi ali destre della storia del calcio. Un personaggio per certi versi tragico (se si pensa alla sua fine), per altri imprevedibile e carico di un'allegria contagiosa come solo alcuni personaggi di fantasia sanno essere. Anche fisicamente, sembrava uscito dalla penna di un fumettista neanche troppo abile, o perlomeno un po' sbadato. Un personaggio storto, asimmetrico. Stando a Wikipedia (in realtà è una citazione del medico del Botafogo, squadra brasiliana in cui ha militato per gran parte della sua carriera da professionista), aveva il ginocchio destro ricurvo verso l'interno e il sinistro verso l'esterno, uno sbilanciamento del bacino, la gamba sinistra più corta dell'altra di sei centimetri e un leggero strabismo. Difficile anche solo pensare di poter giocare a calcio con gli amici, in quelle condizioni. Da un punto di vista psicologico, le cose non andavano meglio. Prima del Mondiale di Svezia '58, sottoposto a un test attitudinale, Garrincha aveva ottenuto un punteggio inferiore perfino alla soglia minima fissata dalla teoria. Non sapeva distinguere una linea orizzontale da una verticale. Non che gli servisse. Come giocatore, andava prevalentemente in diagonale. E poi non sarebbe stato così imprevedibile in campo se avesse saputo esattamente cosa stava facendo e dove stava andando. L'intelligenza in un campo da calcio si esprime in tutt'altri modi. 

dribbling
Il dribbling è un'azione, oltre che bella, estremamente utile nelle dinamiche di una partita di calcio: porta a una superiorità numerica, rompe gli schemi, permette di trovare dei varchi. I calciatori dotati della capacità di superare l'avversario sono preziosi. E rari. Garrincha è stato uno dei più geniali ed efficaci "autori" di dribbling che abbia mai calcato un campo da calcio. Ma che senso ha dribblare un avversario per poi aspettarlo e dribblarlo di nuovo? (è questo che faceva, il più delle volte). Ha senso se lo scopo principale è dribblare, non sfruttare una superiorità numerica. Dribblare per dribblare, per il piacere di farlo (come la maggior parte di noi che può permetterselo ha fatto o fa tutt'ora quando gioca con gli amici* - Garrincha lo faceva quando giocava con Pelé o contro Jašin). Poi certo, si serve un compagno smarcato o si tira. Ma questo è quello che si deve fare. Quello che si vuole fare, una volta provato il piacere di dribblare, uno contro uno, a tu per tu con un altro giocatore messo lì apposta per fermarti, è provarlo di nuovo. E far provare quel piacere a tutto lo stadio. Lì qualcosa accade, come direbbe un mio amico filosofo. 
Sempre stando a Wikipedia, uno degli allenatori di Garrincha, un giorno, per abituarlo a dribblare una sola volta e basta, aveva messo una sedia sulla trequarti del campo di allenamento e gli aveva detto di superarla per poi andare subito sul fondo a crossare. Garrincha aveva detto ok (questo glielo faccio dire io), ed era partito. Ma appena si era trovato di fronte la sedia, non aveva resistito, e aveva iniziato a girargli intorno, facendo una serie di finte di corpo per disorientarla, finché non era arrivato il momento giusto per un tunnel, con il pallone che passava fra le due coppie di gambe di legno, prima di spostarlo con l’esterno verso il fondo e crossare. Mi piace pensare che non l'avesse fatto di proposito, per provocare l'allenatore. Mi piace pensare che l'avesse fatto perché nell'istante in cui aveva puntato quella sedia era successo qualcosa, quel qualcosa che succedeva sempre quando puntava un avversario, e cioè che non era più lui a puntarlo, non era più il Garrincha ubriaco, donnaiolo, mezzo sciancato, mezzo analfabeta, mezzo idiota, stando a tutte queste leggende (probabilmente non troppo leggende), quando puntava un avversario era qualcos'altro, agiva secondo altre regole, tutte sue, istintive, tutte già inscritte nel suo DNA. Quando puntava un avversario andava in trance, era un tutt'uno col pallone, come un musicista col suo strumento nel momento più intenso di un'improvvisazione. Quando puntava un avversario non c'era più Garrincha. O c'era solo Garrincha, e nient'altro.

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*Si racconta che De Dominicis giocasse a calcio con gli amici in un modo simile, dribblando e ridribblando gli avversari fino allo sfinimento.